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Il primo incontro ravvicinato con il Pianeta Rosso

Il 15 Luglio 1965, ben 55 anni fa, la sonda statunitense Mariner 4 scattò una serie di fotografie di Marte a distanza ravvicinata. Era la prima volta che l’uomo vedeva da vicino la superficie del Pianeta Rosso.

di Andrea Castelli

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La prima immagine ravvicinata di Marte mai scattata. Image credit: https://nssdc.gsfc.nasa.gov

Ad eccezione di una buona quantità di osservazioni telescopiche condotte dalla Terra, più o meno accurate ed effettuate nell’arco di oltre tre secoli, possiamo affermare che prima del 15 luglio 1965 di Marte si conosceva piuttosto poco. A partire da Galileo Galilei, grandi scienziati del calibro di Christiaan Huygens, Gian Domenico Cassini, William Herschel, Giovanni Schiaparelli e Asaph Hall, solo per citarne alcuni, hanno dedicato le loro ricerche all’osservazione e allo studio di Marte, ma fu solo con l’avvento dell’astronautica che fu possibile raccogliere dati molto più precisi, ad esempio, sulla morfologia della superficie e sulla composizione dell’atmosfera marziana. Non solo: anche alcune teorie riguardanti Marte e la possibile presenza di vita dovettero attendere proprio l’era spaziale per trovare conferma o smentita. In particolare, nella seconda metà del 1800, Schiaparelli osservò alcuni dettagli scuri sulla superficie del pianeta rosso che interpretò come “canali” di origine non meglio specificata. Un errore di traduzione del termine “canali” dall’italiano all’inglese canal, che indica i canali artificiali, iniziò a far nascere anche tra gli scienziati l’idea dell’esistenza di civiltà marziane. L’astronomo statunitense Percival Lowell approfondì la questione e affermò che, oltre ai canali, erano visibili anche macchie di vegetazione ai loro bordi. Solamente grazie all’esplorazione spaziale si poté porre fine a quello che all’epoca fu un argomento controverso e di grande interesse sia pubblico sia scientifico.
Fu la sonda Mariner 4, il 15 luglio 1965, ad effettuare il primo fly-by di Marte e a scattare per la prima volta in assoluto immagini ravvicinate della superficie del pianeta. Inoltre, questa fu anche la prima occasione per l’umanità di vedere un altro pianeta dallo spazio. Fu però un duro colpo per i sostenitori della presenza di civiltà marziane. Queste immagini mostrarono un mondo molto diverso rispetto a quanto ipotizzato fino a quel momento: arido, brullo e apparentemente privo di ogni forma di vita.
La missione faceva parte del programma “Mariner”, un ambizioso progetto della NASA avviato nel 1963 e dedicato all’esplorazione spaziale del sistema solare grazie all’utilizzo di sonde automatiche interplanetarie. I target principali furono i pianeti Venere, Mercurio e Marte. Gemella della sfortunata Mariner 3, andata perduta, Mariner 4 fu lanciata il 28 novembre 1964 e, dopo aver viaggiato per oltre 200 milioni di kilometri, raggiunse il pianeta rosso sette mesi e mezzo più tardi, nel luglio del 1965. La telecamera di bordo iniziò a operare alle 00:18:36 UTC del 15 luglio e scattò 21 immagini che coprivano una fascia discontinua della superficie di Marte che si estendeva da circa 40°N, 170°E fino a circa 35°S, 200°E e poi fino al terminatore a 50°S, 255°E.

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Raccolta immagini della superficie di Marte riprese da Mariner 4. Image credit: https://it.wikipedia.org

Il passaggio più ravvicinato avvenne ad un’altitudine di soli 13.201 km dalla superficie marziana, quando il veicolo spaziale si trovava a 216 milioni di km dalla Terra. Le immagini scattate durante il fly-by furono trasmesse verso la Terra due volte per assicurarsi che non vi fossero dati mancanti o corrotti. Si trattava di fotografie che, sebbene sgranate e a bassa risoluzione, mostravano un terreno simile a quello lunare, disseminato di crateri; inoltre, altri esperimenti condotti da Mariner 4 rilevarono una pressione atmosferica superficiale compresa tra 4,1 e 7,0 mbar, temperature diurne di -100 C° e assenza totale di campo magnetico. Questi dati portarono alla conclusione che il vento solare potesse interagire direttamente con la sottile atmosfera marziana, esponendo quindi sia atmosfera sia superficie alle radiazioni solari e cosmiche, rendendo di fatto il pianeta rosso un luogo poco adatto ad alimentare le speranze di trovare quella vita che per secoli era stata immaginata. Il risultato fu che, negli anni seguenti, si andò incontro ad un significativo ridimensionamento, specialmente in termini di finanziamenti, dei programmi di esplorazione del pianeta. Marte, tra tutti i pianeti del sistema solare, restava comunque il miglior candidato ad ospitare qualche forma di vita, ma venne meno quell’entusiasmo che aveva caratterizzato la sua esplorazione fino al 1965.
Secondo la NASA, la missione Mariner 4 costrinse la maggior parte degli esobiologi ad accettare l’idea che la vita non sarebbe mai stata trovata su Marte e una grande delusione iniziò a farsi largo tra alcuni scienziati e il grande pubblico. All’epoca, il “New York Times” addirittura si spinse ad affermare che Marte è “probabilmente un pianeta morto”. Tuttavia, questa deriva eccessivamente negazionista si scontrò presto con una più ragionevole interpretazione dei fatti, promossa qualche tempo dopo dalla stessa NASA: la missione aveva ripreso solo una parte del pianeta e aveva operato per meno di mezz’ora. Di conseguenza, un alto grado di incertezza affliggeva le affermazioni perentorie derivate da una prima analisi del repertorio fotografico trasmesso a terra dalla sonda. Una nuova visione cominciò quindi a emergere: la vita poteva essere ancora presente su Marte, ma forse si nascondeva in ambienti dotati di peculiari caratteristiche e si manifestava sotto forma di micro-organismi e non forme intelligenti di vita addirittura di tipo antropomorfo. Questa visione appare più vicina alla nostra attuale comprensione della possibilità di vita marziana. Com’è noto, la NASA riprese poi la sua esplorazione di Marte e, grazie alla missione Mariner 9, fu possibile comprendere che il pianeta rosso è ricco di ambienti diversi. Infine, la continua esplorazione da parte di NASA, ESA e Roscosmos, in corso ancora oggi con le missioni InSight ed ExoMars, ha portato alla luce prove della presenza in passato di acqua liquida sulla superficie del pianeta, mostrando quindi come il suolo marziano possa essere in realtà molto meno sterile di quanto suggerito inizialmente dall’analisi dei dati raccolti da Mariner 4.
Oltre ad averci mostrato Marte per la prima volta attraverso occhi nuovi e in modo inedito, indubbiamente il merito di Mariner 4 è stato quello di insegnarci a non trarre subito conclusioni affrettate, dal momento che il tema della ricerca di vita extra-terrestre è estremamente complesso, variegato e trasversale, al punto tale da richiedere competenze provenienti da diversi e complementari settori disciplinari.
In conclusione, ci piace ricordare che, quasi come se volesse celebrare il cinquantesimo anniversario dell’impresa di Mariner 4, la sonda della NASA “New Horizons” effettuò il primo fly-by di Plutone il 14 luglio 2015, regalandoci immagini spettacolari del pianeta nano, un tempo considerato il nono pianeta del sistema solare.