Artemis II segna il ritorno degli astronauti verso la Luna dopo oltre 50 anni: missione cruciale, con prima possibilità di lancio l’1 aprile, per aprire la strada a una presenza umana stabile e a future esplorazioni verso Marte.

L’equipaggio di Artemis II e il razzo SLS. Credits: AstroSpace.it.
Speriamo non sia un pesce d’aprile, ma il conto alla rovescia per il lancio di Artemis II è ripartito davvero. Dopo mesi di rinvii, verifiche e un imprevisto tecnico ora risolto, la missione NASA si prepara a segnare un passaggio storico: il ritorno degli esseri umani nello spazio profondo, in direzione della Luna, oltre cinquant’anni dopo Apollo 17 nel lontano dicembre 1972. Il segnale più concreto è arrivato il 20 marzo scorso, quando il razzo Space Launch System (SLS) con la capsula Orion ha lasciato il Vehicle Assembly Building del Kennedy Space Center per raggiungere nuovamente la rampa di lancio 39B. Un trasferimento lento e quasi solenne: oltre undici ore di viaggio a bordo di un gigantesco trasportatore cingolato per portare in posizione, a pochi chilometri di distanza, un sistema alto quasi cento metri. È il momento in cui una missione smette di essere preparazione e diventa attesa. La finestra di lancio si aprirà il 1° aprile, con diverse opportunità nei giorni successivi, e questa volta il via libera sembra solido. Il problema che aveva imposto lo stop a fine febbraio, una riduzione del flusso di elio nel secondo stadio, è stato individuato in una semplice ma critica anomalia: una guarnizione disallineata nel sistema di connessione tra razzo e infrastrutture di terra. Un difetto minuscolo nelle dimensioni, ma potenzialmente decisivo, che ha costretto a riportare l’intero vettore spaziale nel grande hangar di assemblaggio; qui i tecnici sono intervenuti per ripristinare il corretto funzionamento del sistema. Nessuna modifica strutturale al razzo però: un dettaglio importante, perché conferma la bontà del vettore dopo il superamento di tutti i test previsti.
Artemis II è il secondo atto di un programma che punta molto più in là della Luna. Dopo la conclusione dell’era dello Space Shuttle e l’abbandono del progetto Constellation, la NASA ha ripensato completamente il proprio approccio allo spazio e alla Luna, coinvolgendo partner industriali come SpaceX, Northrop Grumman e Boeing, oltre ad altre agenzie spaziali internazionali. In sostanza, rispetto a pochi giorni fa, è cambiato drasticamente il contesto strategico. Durante un aggiornamento ufficiale del 24 marzo, il nuovo amministratore NASA Jared Isaacman ha annunciato una svolta inattesa: la sospensione, almeno nella sua veste attuale, della stazione orbitale lunare Lunar Gateway. Una decisione che si ripercuote sull’intera struttura del programma Artemis. La motivazione è duplice: semplificare l’architettura delle missioni e accelerare la corsa alla presenza umana stabile sulla superficie lunare, anche in risposta alla crescente competizione internazionale, in particolare con la Cina. Il Gateway, concepito come avamposto in orbita lunare, presentava infatti complessità tecniche non trascurabili: la sua orbita altamente ellittica avrebbe imposto vincoli stringenti ai lander, aumentando il fabbisogno di carburante per le manovre tra stazione e superficie; un elemento che rischia di rallentare invece che facilitare le operazioni. La NASA ha quindi deciso di concentrare gli sforzi su un’infrastruttura direttamente sulla Luna: lander con equipaggio e cargo, rover, moduli abitativi e sistemi logistici. Le tecnologie e i contributi internazionali già sviluppati per il Gateway verranno, ove possibile, riadattati per supportare queste nuove priorità. La costruzione di una vera base lunare è prevista entro la fine del decennio, articolata in tre fasi e con un costo stimato intorno ai 20 miliardi di dollari. La prima fase vedrà l’espansione delle missioni robotiche e dimostrative attraverso programmi come Commercial Lunar Payload Services (CLPS), Human Landing System (HLS) e il Lunar Transit Vehicle (LTV), con l’obiettivo di testare tecnologie fondamentali; la seconda introdurrà moduli semi-abitativi e una logistica più regolare, aprendo la strada a missioni di durata crescente. Qui sarà cruciale il contributo internazionale, come quello della JAXA con il suo rover pressurizzato. Infine, la terza fase punterà alla realizzazione di infrastrutture permanenti, ovvero sistemi capaci di sostenere una presenza umana continuativa sulla Luna, grazie anche all’aumento della capacità di carico dei lander commerciali.
In questo scenario in evoluzione, Artemis II resta una missione chiave: anche se non prevede un allunaggio, è la prova generale per tutto ciò che verrà dopo. Il calendario NASA aggiornato prevede infatti Artemis III nel 2027 come missione di test integrato in orbita terrestre tra Orion e i sistemi di allunaggio, mentre il primo tentativo concreto di ritorno umano sulla Luna viene spostato ad Artemis IV nel 2028, senza più il passaggio attraverso il Gateway. E mentre SLS attende sulla rampa, immobile e pronto, soffermiamoci a pensare cosa significherà tutto ciò: non solo tornare dove siamo già stati (sei volte), ma capire come andare oltre.

