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Artemis II: forse ci siamo davvero

Artemis II segna il ritorno degli astronauti verso la Luna dopo oltre 50 anni: missione cruciale, con prima possibilità di lancio l’1 aprile, per aprire la strada a una presenza umana stabile e a future esplorazioni verso Marte.

di Andrea Castelli

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L’equipaggio di Artemis II e il razzo SLS. Credits: AstroSpace.it.

Speriamo non sia un pesce d’aprile, ma il conto alla rovescia per il lancio di Artemis II è ripartito davvero. Dopo mesi di rinvii, verifiche e un imprevisto tecnico ora risolto, la missione NASA si prepara a segnare un passaggio storico: il ritorno degli esseri umani nello spazio profondo, in direzione della Luna, oltre cinquant’anni dopo Apollo 17 nel lontano dicembre 1972. Il segnale più concreto è arrivato il 20 marzo scorso, quando il razzo Space Launch System (SLS) con la capsula Orion ha lasciato il Vehicle Assembly Building del Kennedy Space Center per raggiungere nuovamente la rampa di lancio 39B. Un trasferimento lento e quasi solenne: oltre undici ore di viaggio a bordo di un gigantesco trasportatore cingolato per portare in posizione, a pochi kilometri di distanza, un sistema alto quasi cento metri. È il momento in cui una missione smette di essere preparazione e diventa attesa. La finestra di lancio si aprirà il 1° aprile, con diverse opportunità nei giorni successivi, e questa volta il via libera sembra solido. Il problema che aveva imposto lo stop a fine febbraio, una riduzione del flusso di elio nel secondo stadio, è stato individuato in una semplice ma critica anomalia: una guarnizione disallineata nel sistema di connessione tra razzo e infrastrutture di terra. Un difetto minuscolo nelle dimensioni, ma potenzialmente decisivo, che ha costretto a riportare l’intero vettore spaziale nel grande hangar di assemblaggio; qui i tecnici sono intervenuti per ripristinare il corretto funzionamento del sistema. Nessuna modifica strutturale al razzo però: un dettaglio importante, perché conferma la bontà del vettore dopo i test completati con successo.

Artemis II è il secondo atto di un programma che punta molto più in là della Luna. Dopo la conclusione dell’era dello Space Shuttle e l’abbandono del progetto Constellation, la NASA ha ripensato completamente il proprio approccio allo spazio e alla Luna, coinvolgendo partner industriali come SpaceX, Northrop Grumman e Boeing, oltre alle agenzie internazionali. Il risultato è un’architettura complessa: SLS e Orion per il trasporto, un lander lunare affidato a privati e, in prospettiva, una stazione orbitale chiamata Lunar Gateway. L’obiettivo non è più arrivare sul nostro satellite naturale, ma restarci e usare questa esperienza come trampolino per Marte. Dopo il volo senza equipaggio di Artemis I nel novembre 2022, questa missione rappresenta il primo banco di prova con astronauti a bordo. L’equipaggio riunisce il comandante Reid Wiseman, il pilota Victor Glover e la specialista di missione Christina Koch, insieme al canadese Jeremy Hansen, specialista di missione anch’egli. Quattro astronauti, quattro storie diverse, ma un unico compito: verificare che Orion sia pronta a portare esseri umani oltre l’orbita terrestre bassa in totale sicurezza. In queste settimane gli astronauti sono entrati in quarantena preventiva, una procedura standard per evitare qualsiasi rischio sanitario prima del lancio. La missione durerà circa dieci giorni, ma sarà estremamente densa. Dopo il decollo, Orion raggiungerà lo spazio in pochi minuti; nelle ore successive inizierà una lunga sequenza di test: sistemi di supporto vitale, comunicazioni, manovre di precisione. Il primo giorno servirà a trasformare la capsula in un ambiente abitabile per quattro persone in microgravità, mentre il secondo segnerà il momento decisivo: l’accensione dei motori per l’iniezione translunare, la manovra che proietterà il veicolo verso la Luna. Da lì in poi, il viaggio sarà una combinazione di navigazione e sperimentazione. Gli astronauti testeranno tute, strumenti medici, procedure di emergenza e persino tecniche di rianimazione cardiopolmonare in microgravità. Non mancheranno esercizi fisici quotidiani e verifiche sui livelli di radiazione, uno dei problemi chiave per le future missioni nello spazio profondo. Il culmine arriverà al sesto giorno, quando Orion sorvolerà il lato nascosto della Luna, passando a poche migliaia di chilometri dalla superficie. In quel momento, gli astronauti potrebbero trovarsi più lontani dalla Terra di qualsiasi altro essere umano nella storia, superando il record stabilito dalla sfortunata missione Apollo 13. Per diversi minuti perderanno ogni contatto radio con la Terra e testeranno l’autonomia totale, anche se temporanea, della capsula nello spazio profondo. Il ritorno sarà altrettanto impegnativo. Dopo una serie di correzioni di traiettoria, Orion rientrerà nell’atmosfera terrestre a velocità elevatissime, protetta da uno scudo termico in grado di resistere a temperature estreme. La sequenza finale vedrà l’apertura dei paracadute e l’ammaraggio nell’Oceano Pacifico, dove la capsula sarà recuperata.

Artemis II non prevede un allunaggio, eppure il suo valore è enorme: è la prova generale per tutto ciò che verrà dopo. Se questa missione avrà successo, aprirà la strada a un ritorno umano sulla superficie lunare e, soprattutto, a una presenza stabile. E mentre il razzo attende sulla rampa, immobile e pronto, soffermiamoci a pensare cosa significherà tutto ciò: non solo tornare dove siamo già stati (sei volte), ma capire come andare oltre.

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