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DART, la “freccetta” spaziale

Il 27 settembre scorso ci siamo schiantati contro un asteroide. Proprio così, l’abbiamo fatto apposta. Ma è una cosa che potrebbe forse servirci in futuro per salvare il nostro pianeta.

di Andrea Castelli

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Illustrazione della sonda DART della NASA e del cube-sat italiano LICIACube prima dell’impatto contro l’asteroide Dimorphos. Credits: NASA/Johns Hopkins APL/Steve Gribben.

Chiunque abbia provato a lanciare un “dart” (dardo) nel celebre gioco delle freccette, sa benissimo quanto sia difficile colpire anche solo il bersaglio, per non parlare di fare centro. Chiaro è che se il bersaglio è lontanissimo e si muove, tutto diventa ancora più complicato.
Là fuori nello spazio, dove tutto si muove, non è definito a priori chi sia la freccetta e chi il bersaglio, ma una cosa è certa: non vorremmo mai che la nostra Terra fosse il bersaglio di un asteroide. Questi corpi minori del Sistema solare, proprio come i pianeti, orbitano attorno alla nostra stella, ma diventano pericolosi solo se le loro orbite si intersecano nello stesso punto e nello stesso momento con quella terrestre. Infatti, sebbene la maggior parte di questi oggetti orbiti all’interno della fascia principale degli asteroidi, tra Marte e Giove, può succedere che qualcuno se ne allontani spinto dall’incredibile gravità di Giove o in seguito a un incontro ravvicinato casuale con Marte. Gli asteroidi che sono stati spinti nel sistema solare interno in genere rimangono lì per diversi milioni di anni prima di entrare in collisione con il Sole o uno dei pianeti interni. La nostra salvezza dipende quindi dalla capacità di prevedere con largo anticipo queste situazioni per riuscire poi a deviare anche solo di poco l’orbita di questi oggetti, impedendo loro di colpire la Terra.
Proprio per questo è nata la missione DART (Double Asteroid Redirection Test) della NASA, il primo test di difesa planetaria su vasta scala con l’obiettivo di far schiantare intenzionalmente contro un asteroide un veicolo spaziale per modificare la sua traiettoria. Fortunatamente pochissimi dei miliardi di asteroidi in orbita attorno al Sole sono potenzialmente pericolosi per la Terra e nessuno di loro, tra quelli conosciuti, rappresenta una minaccia nel corso del prossimo secolo. Comunque sia, meglio essere pronti e vigili e preparare le nostre difese qualora dovessimo scoprire un oggetto in rotta di collisione con la Terra. Francamente, un rischio come quello del 15 febbraio 2013, quando un asteroide non rilevato grande solo 18 metri è entrato nell’atmosfera terrestre ed è esploso sopra Chelyabinsk (Russia) provocando un’onda d’urto che ha investito sei città e ferito più di 1600 persone, è da scongiurare nel modo più assoluto. Per non parlare poi della fine che hanno fatto i dinosauri.
DART è il primo test effettivo della nostra capacità di generare, dopo averlo colpito, un effetto cinetico su un asteroide, andando a misurare tramite telescopi terrestri quanto è stata deflessa la sua traiettoria. Quindi DART, una sonda di 600 Kg grande come una lavatrice e in grado di navigare in modo del tutto autonomo nello spazio, è la freccetta, ma il suo bersaglio? È un sistema binario di asteroidi a 11 milioni di chilometri dalla Terra costituito da un corpo principale chiamato Didymos (780 metri, l’altezza del Burj Khalifa di Dubai, l’edificio più alto del mondo) e uno più piccolo che gli orbita attorno in circa 12 ore a 1,2 Km di distanza, chiamato Dimorphos (160 metri, una ventina di metri in più dell’altezza della piramide di Cheope). In realtà, il vero e proprio target è stato Dimorphos: infatti, il 27 settembre 2022 alle ore 1:14 italiane DART si è schiantata a circa 22.000 Km/h sulla sua superficie, fornendo energia sufficiente per lasciare un cratere da impatto senza però distruggere l’asteroide. Oltre che dalla fotocamera di bordo DRACO, la collisione è stata ripresa dal microsatellite (cube-sat) italiano LICIACube, sganciatosi dalla sonda madre quindici giorni prima dell’impatto.
Gli scienziati hanno stimato che la collisione ridurrà il periodo orbitale di Dimorphos di alcuni minuti. Le osservazioni al telescopio nelle prossime settimane dovranno effettivamente confermare quanto previsto. Scegliere come bersaglio un sistema binario di asteroidi significa poter misurare più facilmente e velocemente i cambiamenti nell’orbita dell’oggetto più piccolo attorno a quello più grande rispetto ai cambiamenti nell’orbita di un singolo asteroide attorno al Sole.
Anche attraverso i telescopi più potenti al mondo, Didymos e Dimorphos appaiono come poco più di un singolo punto di luce. Gli scienziati misurano la sua luminosità più e più volte, costruendo una curva di luce. I cambiamenti di luminosità indicano quando Dimorphos passa davanti o è nascosto dietro a Didymos dal punto di vista terrestre. Queste osservazioni, alcune effettuate anni prima del lancio della missione DART, hanno aiutato gli scienziati a determinare la posizione di entrambi gli asteroidi; ora, osservazioni simili condotte dopo lo schianto della sonda riveleranno la modifica apportata al sistema e consentiranno al team di studiosi di calcolare gli effetti precisi dell’impatto.
In ogni caso, questo genere di indagine lascerà certamente qualche incertezza sui risultati ottenuti che, con il tempo, dev’essere eliminata se si vuole far diventare la deviazione della traiettoria degli asteroidi pericolosi una “procedura standard” efficace. Per far fronte a questa esigenza, è stata progettata la missione Hera dell’ESA. Verrà lanciata nel 2024 e dovrebbe raggiungere il sistema Didymos nel 2026. Il veicolo spaziale principale e i due cube-sat compagni condurranno rilievi dettagliati di entrambi gli asteroidi (con particolare attenzione al cratere lasciato dalla collisione con DART) e cercheranno di pervenire a una determinazione precisa della massa di Dimorphos. Queste indagini post-impatto di Hera miglioreranno sensibilmente le nostre conoscenze sulle procedure di difesa planetaria.

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