La prima immagine in assoluto della superficie di un altro pianeta

Il 22 ottobre 1975 la sonda sovietica Venera 9 trasmise a terra la prima immagine in assoluto della e dalla superficie di un altro pianeta.

di Andrea Castelli 

La prima fotografia della superficie di Venere scattata da Venera 9. Credit: Russian Academy of Sciences/Ted Stryk.

Alle 5:13 UTC del 22 ottobre 1975 una fotocamera cominciò pian piano a creare un’immagine in bianco e nero. Mostrava un paesaggio, ripreso da una quota di circa novanta centimetri, composto da rocce piatte e spigolose adagiate su un pendio e immerse in una luce diffusa. In apparenza, nulla di straordinario: solo rocce e sabbia. La cosa incredibile è un’altra: quelle pietre in quel momento si trovavano a circa 85 milioni di chilometri dalla Terra, scaldate a 485 gradi centigradi e sottoposte a 90 atmosfere di pressione. È così a essere una roccia del pianeta più infernale del Sistema solare: Venere. Quella mattina di cinquantun anni fa, la sonda Venera 9 mostrò per la prima volta nella storia l’aspetto del suolo di un altro pianeta direttamente dalla sua stessa superficie. La precisazione non è banale, dal momento che il 14 luglio di dieci anni prima la missione statunitense Mariner 4, nel primo flyby riuscito di Marte, inviò a terra 22 fotogrammi ripresi da poco meno di diecimila chilometri di quota; quelle furono le prime immagini ravvicinate della superficie di un pianeta che non fosse il nostro, ma si trattò di vedute aeree, non di paesaggi. Grazie a Venera 9, invece, fu tutta un’altra storia: qualcosa era davvero lì, su un altro pianeta. A onor del vero, avevamo già visto meravigliose immagini, scattate in loco, di un altro “habitat alieno”, quello lunare, ma il punto è che la Luna non è un pianeta.
Per comprendere la portata dell’impresa compiuta da quella piccola sonda occorre fare un passo indietro. Venere è il pianeta che più si avvicina alla Terra e, dopo Sole e Luna, l’oggetto celeste più luminoso. Per millenni ha perciò alimentato miti e congetture: nell’antica Mesopotamia, ad esempio, si era capito che la “stella del mattino” e la “stella della sera” erano in realtà lo stesso astro; i Maya poi ne seguirono i cicli con precisione sbalorditiva e nel 1610 Galileo ne osservò le fasi, infliggendo un colpo decisivo al sistema tolemaico. Ma che cosa si nascondesse sotto la sua spessa coltre di nubi restò un mistero fino all’avvento dell’era spaziale. Si immaginava un mondo tropicale, avvolto da brume, forse persino abitato. Insomma, una sorta di “gemello diverso” della Terra. Le prime osservazioni radar e a microonde negli anni Sessanta rivelarono però il contrario: rotazione lentissima e retrograda che si completa in 243 giorni, temperatura superficiale che sfiora i 500 gradi e atmosfera molto densa e irrespirabile. Difficile immaginarci qualcuno sopra, anche se l’idea dei venusiani era affascinante. Per fugare ogni dubbio non rimaneva che andare a controllare con i propri occhi, anche se elettronici.
In piena Guerra Fredda, l’Unione Sovietica decise di accogliere la sfida e di provare ad arrivare fin là. La ragione era anche strategica: il pianeta, più facile da raggiungere rispetto a Marte, richiedeva meno propellente e permetteva di lanciare sonde più pesanti con lo stesso vettore. Nacque così il programma Venera, che però cominciò nel peggiore dei modi, collezionando numerosi fallimenti tra il 1961 e il 1967. A un certo punto, gli ingegneri sovietici furono costretti a riprogettare tutto da zero. Finalmente, nell’ottobre 1967, Venera 4 riuscì a trasmettere dati per la prima volta dall’interno dell’atmosfera venusiana: abbondante presenza di anidride carbonica, nessun campo magnetico intrinseco, pressione e temperatura in rapida crescita man mano che si scendeva verso la superficie. Fu poi la volta di Venera 7 che, nel dicembre 1970, fu il primo oggetto fabbricato dall’uomo a toccare il suolo di un altro pianeta e a trasmettere da lì, con un segnale debolissimo, per una ventina di minuti. Venera 8, nel luglio 1972, misurò per la prima volta l’intensità della luce al suolo e si scoprì che sarebbe stata sufficiente per scattare una fotografia del panorama. Il passo successivo fu farlo e l’occasione arrivò con la finestra di lancio del giugno 1975. Il giorno otto di quel mese un razzo Proton-K si alzò in volo dal cosmodromo di Baikonur con Venera 9 a bordo, una sonda di nuova generazione composta da un orbiter e un lander di 660 chilogrammi, racchiuso in una sfera protettiva di 2,4 metri di diametro. Dopo quattro mesi e mezzo di viaggio, il 20 ottobre il lander si separò dall’orbiter per tuffarsi, due giorni dopo, nell’atmosfera venusiana a più di 10 chilometri al secondo. A 65 chilometri di quota si aprirono i primi paracadute e a 62 i tre principali. Per una ventina di minuti la capsula scese attraverso nubi fatte in gran parte di acido solforico, mentre gli strumenti misuravano composizione dell’aria, velocità dei venti e temperatura. Uscito dalle nubi, a 50 chilometri dal terreno, il lander si liberò dei paracadute e affidò la frenata a un aerofreno a forma di disco che sfruttava la densità crescente dell’atmosfera per ridurre la velocità a circa 7 metri al secondo. All’impatto, un anello deformabile alla base assorbì l’urto e mantenne stabile il veicolo. Due minuti dopo il touchdown entrarono in funzione le fotocamere. Il panorama avrebbe dovuto coprire 360 gradi, ma il coperchio di uno dei due obiettivi non si sganciò e la vista si ridusse così a 180 gradi. Il medesimo guasto si sarebbe ripresentato pochi giorni più tardi sulla gemella Venera 10. Quella finestra d’osservazione dimezzata bastò comunque a consegnarci un’immagine storica: rocce piatte e spigolose, per lo più di 50-70 centimetri e alcune larghe fino a dieci metri, adagiate su un terreno sabbioso privo di polvere. Gli spigoli vivi suggerivano una superficie geologicamente giovane, forse modellata da processi tettonici o vulcanici. La luce era quella di una giornata terrestre molto nuvolosa alle nostre latitudini, senza ombre nette, e la visibilità arrivava a circa cento metri di distanza. Per 53 minuti il lander trasmise dati e immagini all’orbiter che, a sua volta, li inviò a Terra. Non fu il calore estremo a mettere fuori uso la strumentazione dopo nemmeno un’ora di lavoro, ma l’orbiter che, proseguendo lungo la sua orbita, uscì dal raggio di copertura radio interrompendo la trasmissione dei dati a terra. Quella fotografia, apparentemente insignificante, resta però uno dei documenti più straordinari dell’esplorazione spaziale. Racconta dell’ingegno umano e di un mondo che, sebbene estremo, è composto in fin dei conti da rocce, proprio come il nostro.

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