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Il cielo di Febbraio 2026

In febbraio sono ancora le costellazioni invernali come Orione, Toro, Auriga e Gemelli ad essere protagoniste del cielo.

di Davide Cenadelli

In febbraio sono ancora le costellazioni invernali ad essere protagoniste. Dato che, per ogni mese che passa, il cielo si presenta col medesimo aspetto due ore prima, le costellazioni invernali, che in gennaio raggiungevano la culminazione dopo cena e fino in tarda serata, in febbraio anticipano di un paio d’ore e culminano verso sud tra le sette e le dieci di sera, rendendo quindi particolarmente agevole la loro osservazione.
Le più appariscenti tra esse sono Orione, il Toro, l’Auriga, i Gemelli, il Cane Maggiore e il Cane Minore, ricchissime di stelle brillanti tra cui Sirio, la stella più luminosa del cielo notturno. Sirio appare così brillante perché è effettivamente 25 volte più luminosa del nostro Sole, ma anche piuttosto vicina: dista solo 8,6 anni luce, poco più di 80 mila miliardi di km, e ovviamente per “vicina” si intende vicina in senso astronomico. Molte stelle del cielo invernale sono in realtà molto più brillanti, ma anche molto più lontane. Basti pensare, in Orione, a Rigel (distanza 860 anni luce, luminosità tra 120 e 200 mila volte il Sole, secondo varie stime) e le tre stelle della cintura tra cui quella centrale, Alnilam (d = 1.500-2.000 anni luce, L = 500-800 mila); nella vicina costellazione della Lepre ad Arneb (d = 2.200 anni luce, L = 30.500); nel Cane Maggiore a Wezen (d = 1.600 anni luce, L = 82.000), e Aludra (d = 2.000 anni luce, L = 105.000).
Quando in una zona di cielo si assembrano molte stelle di altissima luminosità, si può stare certi che da quelle parti sono presenti zone nebulari. Infatti, le stelle di alta luminosità hanno una grande massa (tra 10 e 40 volte quelle del Sole per le stelle menzionate), ed esse hanno tempi di vita più brevi di quelle di piccola massa, dato che brillano di una luminosità eccezionale e danno fondo alle proprie riserve energetiche più velocemente. La vita di queste stelle è di milioni o decine di milioni di anni, non miliardi come il Sole o migliaia di miliardi come le meno massicce tra le nane rosse. Quindi, le stelle di altissima luminosità non hanno mai tempo di allontanarsi molto dal luogo dove sono nate prima di terminare il loro ciclo vitale, per cui in loro prossimità si trovano le zone nebulari dove si sono formate.
Tra le molte nebulose presenti in queste zone di cielo, la più spettacolare è la Nebulosa di Orione o M42, a 1.350 anni luce da noi, di cui si riesce a vedere la parte centrale a occhio nudo con cielo terso e scuro e che al telescopio mostra una complessa struttura. Le volute di gas di cui è costituita sono materia grezza che nel tempo forma nuove stelle, tra cui quelle visibili al suo interno a formare un piccolo trapezio, che insieme ad altre componenti più deboli formano l’Ammasso del Trapezio, costituito da stelle davvero nascenti: la loro età è stata stimata in soli 300 mila anni. La Nebulosa, se fosse interamente visibile a occhio nudo, apparirebbe più grande della Luna. Se si considera quanto dista, deve trattarsi di un oggetto davvero grande: infatti il suo diametro è di circa 25 anni luce. Significa che è enormemente più grande delle distanze tipiche del Sistema Solare. Se fossimo sul suo bordo e volessimo lanciare una sonda per esplorarla, alla velocità delle sonde attuali ci vorrebbe mezzo milione di anni per attraversarla.
Tra tanto splendore che adorna le notti invernali, merita di essere menzionata anche una costellazione che non è molto appariscente, comprendendo solo stelle piuttosto deboli, ma che contiene nebulose famose come la Nebulosa Rosetta e la Nebulosa Cono. Per la gioia delle giovani lettrici, si tratta della costellazione dell’Unicorno. Di tarda sera e in piena notte, invece, cominciano a mostrarsi le costellazioni primaverili come il Leone, che sorge già in prima serata, e poi Boote e la Vergine, con l’Orsa Maggiore che diviene col passare delle ore sempre più alta in cielo.
Per quanto riguarda i pianeti, dopo un lungo periodo di buona visibilità, Saturno tende a scomparire di sera nelle luci del crepuscolo, anche se rimane brevemente visibile basso verso sudovest dopo il tramonto. Resta invece ben visibile Giove, nei Gemelli, per gran parte della notte ed è in particolare altissimo verso sud, non lontano dalle regioni zenitali, intorno alle 10-11 di sera. Verso fine mese, Venere si riaffaccia, dopo la congiunzione col Sole del mese scorso, nelle luci del crepuscolo serale verso sudovest e nei giorni intorno al 20 si riesce a vedere, nella stessa zona di cielo, anche Mercurio. Invisibile Marte.

LA STELLA DEL MESE: MUSCIDA

La costellazione dell’Orsa Maggiore è molto grande, la terza più grande del cielo dopo l’Idra e la Vergine, e il Grande Carro ne è la parte più nota, ma rappresenta solo una porzione dell’Orsa: la schiena e la coda. Quindi, Orsa Maggiore e Grande Carro non sono sinonimi: la prima è una costellazione, il secondo no, è un asterisma all’interno della prima. Quindi, non dite mai “la costellazione del Grande Carro”, se non volete che un astronomo vi guardi accigliato. Se il Grande Carro si vede particolarmente bene in marzo-aprile, il muso dell’Orsa appare già alto in cielo in tarda serata in febbraio.
Una stella dell’Orsa Maggiore che si trova al di fuori del Grande Carro è Muscida, che dell’Orsa rappresenta la punta del naso. Con la magnitudine apparente di 3,35 questa stella appare visibile anche con un cielo non scurissimo. Dista da noi 180 anni luce ed è una gigante di colore giallo (classe spettrale G5), un tipo di stella piuttosto raro. È 14 volte più grande del Sole e 116 volte più luminosa. Ha una compagna più debole di colore rossastro che dista da lei circa 400 UA e il cui periodo orbitale è di almeno 4000 anni. Molto più vicino a lei, a 4 UA, Muscida ha un pianeta che le orbita intorno, un gigante gassoso di grande taglia la cui massa è non inferiore a quattro volte quella di Giove.
Il nome Muscida, sebbene come sonorità possa sembrare di derivazione araba – cosa comune alla maggior parte dei nomi stellari – è in realtà di ascendenza latina, da musus, dato che si trova sulla punta del muso dell’Orsa Maggiore.

Davide Cenadelli è un astrofisico PhD che ha svolto per anni attività di ricerca all’Osservatorio Astronomico della Regione Autonoma Valle d’Aosta (OAVdA), dove si è anche occupato di didattica e divulgazione.

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