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Il cielo di Aprile 2026

In aprile la primavera entra nel vivo. Di prima sera, le costellazioni invernali sono ancora visibili, ma vanno a tramontare sempre più presto, mentre col passare delle ore sono le costellazioni primaverili a salire alla ribalta.

di Davide Cenadelli

In aprile la primavera entra nel vivo. Di prima sera, le costellazioni invernali sono ancora visibili, ma vanno a tramontare sempre più presto, mentre col passare delle ore sono le costellazioni primaverili a salire alla ribalta. Quattro sono le grandi costellazioni primaverili più facilmente identificabili: il Leone, la Vergine, Boote e l’Orsa Maggiore. Quest’ultima è parzialmente circumpolare e quindi visibile in ogni stagione, ma nel cuore della primavera meglio che nelle altre in quanto culmina, prossima alle regioni zenitali, dopo cena. L’Orsa Maggiore è però priva di stelle particolarmente brillanti, non ospitando nessuna stella di prima magnitudine. Leone, Vergine e Boote invece hanno ciascuna una stella brillante: Regolo nel Leone e Spiga nella Vergine, di prima magnitudine, e Arturo in Boote, la più brillante delle tre, la cui magnitudine è addirittura negativa (Arturo è la stella più luminosa dell’emisfero celeste boreale). Ricordiamo che più bassa è la magnitudine di una stella, più questa è brillante; quindi, una stella di magnitudine 0 è più luminosa di una di magnitudine 1 e ancora più brillante è una stella di magnitudine negativa.
Il Leone è abbastanza facile da riconoscere: bisogna guardare verso sud, piuttosto in alto, dopo cena e individuare un trapezio costituito da quattro stelle, di cui una, sul vertice sudoccidentale (in basso a destra) è la brillante Regolo. Il trapezio costituisce il corpo del Leone, mentre altre stelline ne costituiscono la testa. La costellazione è di origine antichissima (risale almeno al 4.000 a.C.) e in molte diverse culture antiche rappresenta un Leone. Per i Greci era il Leone Nemeo ucciso da Ercole.
A est (sinistra) del Leone, tra questo e la brillantissima Arturo, si trova la piccola ma affascinante costellazione della Chioma di Berenice. Le sue stelle sono poco luminose e difficili da identificare sotto un cielo che non sia terso e buio, ma formano un caratteristico gruppetto, quasi una nidiata di deboli stelline e, in effetti, diverse stelle della costellazione appartengono a un ammasso aperto, l’Ammasso della Chioma di Berenice (detto anche Melotte 111) che è visibile a occhio nudo e, posto a circa 280 anni luce da noi, è uno dei più vicini al Sistema Solare.
In primavera, dopo il buon periodo di visibilità invernale, scompare la Via Lattea: essa tramonta sempre prima insieme alle costellazioni invernali e poi, verso mattina, ne sorge il ramo estivo che sarà visibile in orari più comodi d’estate, ma nel cuore della notte la Via Lattea risulta visibile solo presso l’orizzonte nord, ove attraversa le costellazioni di Cefeo e Cassiopea molto basse e risulta facilmente nascosta dalle foschie prossime all’orizzonte. La primavera è in effetti la stagione meno favorevole per osservare la Via Lattea, ma questo schiude un’opportunità inaspettata. Di cosa si tratta?
Quando guardiamo verso il Leone, la Chioma di Berenice, Boote, la Vergine, stiamo guardando in direzioni lontane dal piano della nostra galassia che la Via Lattea traccia in cielo. Proprio nella Chioma di Berenice si trova il Polo Nord Galattico, quindi osservando questa costellazione stiamo guardando perpendicolarmente al piano della Galassia, ove lo spessore di questa è minimo, pari a solo mille-duemila anni luce. Questo è il motivo per cui il cielo primaverile è povero di stelle se lo paragoniamo a quello invernale ed estivo, ricchi di una moltitudine di stelline deboli che si vedono lungo e in prossimità della Via Lattea. Ma guardando nella direzione del minimo spessore come avviene in primavera, le polveri interstellari presenti nella nostra galassia ci disturbano poco e non assorbono granché la luce che ci arriva dagli oggetti extragalattici. In questa stagione abbiamo allora l’opportunità di guardare più facilmente al di fuori della nostra galassia, verso altre galassie sparse negli sterminati spazi dell’Universo.
Tra le più spettacolari visibili al telescopio in questo periodo si possono citare nell’Orsa Maggiore M81 (o Galassia di Bode) e M82 (Galassia Sigaro), quest’ultima una spirale vista di taglio, e la spirale vista di faccia M51 (Galassia Vortice) interagente con la più piccola galassia NGC 5195 in sua prossimità, nei Cani da Caccia, piccola costellazione situata tra il Grande Carro dell’Orsa Maggiore e la Chioma di Berenice. Si continua poi con il Tripletto del Leone, costituito dalle galassie spirali M65, M66 e NGC 3628 e le molte galassie della Vergine, tra cui si può ricordare la galassia ellittica supergigante M87 posta a circa 55 milioni di anni luce da noi, al centro della quale si trova un buco nero supermassiccio chiamato M87*, la cui ombra scura è stata la prima mai fotografata. Ma come è possibile fotografare… un’ombra scura contro il cielo nero? Come è stato possibile fotografare un oggetto che per definizione viene detto “nero”? Grazie alla presenza, attorno a questo ombroso personaggio, di un luminoso disco di accrescimento costituito da gas caldissimo in caduta verso di esso.
Insomma: primavera, stagione di fiori, tepori… galassie e buchi neri!
Rientrando dagli immensi spazi tra le galassie al Sistema Solare, sul fronte planetario vediamo ancora bene Giove nel cielo serale: molto alto in serata, nella costellazione dei Gemelli, va poi a tramontare nelle ore centrali della notte. Venere si allontana sempre più prospetticamente dal Sole rendendosi via via meglio visibile nel cielo della sera. Sono pressoché invisibili Marte e Saturno. Il pianeta con gli anelli è stato in congiunzione col Sole il giorno 25 del mese scorso, mentre il Pianeta Rosso, dopo la congiunzione di gennaio, comincia a emergere lentamente nelle luci dell’alba, ma rimane troppo vicino al Sole in cielo e la sua osservazione resta in aprile decisamente problematica. Leggermente migliore è, nella prima parte del mese, la visibilità di Mercurio che appare, sempre nel cielo dell’aurora, angolarmente più separato dal Sole.

LA STELLA DEL MESE: MINELAUVA

Minelauva è una delle quattro stelle che formano il quadrilatero al centro della costellazione della Vergine e delle quattro è la più settentrionale, trovandosi sul vertice opposto a Spica, la più meridionale e brillante. La costellazione della Vergine può essere considerata una costellazione equatoriale, dato che si sviluppa lungo l’equatore celeste, ma è maggiormente disposta nell’emisfero celeste australe. Minelauva, invece, è poco a nord dell’equatore celeste, con una declinazione di +3,5° (la declinazione è sulla sfera celeste l’equivalente della latitudine sulla superficie terrestre).
Minelauva ha magnitudine apparente 3,4, ovvero è di luminosità media ma ben visibile in un cielo non troppo chiaro. Si tratta di una gigante rossa (classe spettrale M3) di massa poco superiore a quella del Sole (il 20% in più), che ci mostra il futuro anche della nostra stella allorché, terminata la fusione dell’idrogeno nel proprio nucleo, espanderà i suo strati superficiali. Stelle come Minelauva, o il Sole in futuro, attraversano in realtà due fasi di gigante rossa: la prima segue la fusione dell’idrogeno in elio e avviene con un nucleo inerte di elio, mentre la seconda – detta di gigante asintotica – segue la fusione dell’elio in carbonio e ossigeno che costituiscono il nucleo stellare. Non è facile in generale distinguere le due fasi e Minelauva potrebbe trovarsi nella prima così come nella seconda.
La dimensione di questa stella supera quella del Sole di 67 volte e la luminosità di circa 700. Si trova a circa 200 anni luce da noi. Si pensa che possa avere come compagne una molto più debole nana arancione e una nana bruna.

Davide Cenadelli è un astrofisico PhD che ha svolto per anni attività di ricerca all’Osservatorio Astronomico della Regione Autonoma Valle d’Aosta (OAVdA), dove si è anche occupato di didattica e divulgazione.

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